Prima o poi annegherà

T’aggrovigli, t’accartocci. T’aggrovigli,  t’accartocci ancora. Per l’ancora avremo tempo, come per l’infelicità. Per l’infelicità avremo tempo.

Stringi la giacca. Vai avanti. Ti scontri e chiedi scusa, chiedi scusa e vai avanti. Sorridono. A te sorridono spesso e chissà poi perché ché tu mica sorridi sempre, ti scusi, certo, ma non sempre hai da sorridere. Lascia stare, sorridi se verrà.

Attraversa le vie, le strade son come nuove, tipo i pensieri ma meglio ché non sempre i pensieri son come nuovi. Stringi le mani nei guanti. Guarda il semaforo. Stringi le mani nei guanti, sfiora l’accendino in tasca, nell’altra la musica. La musica vibra, a farci caso. Sistema l’auricolare ché te lo perdi. Scivola, recupera, attraversa, senti i suoni. Riconosci l’andare. Riconosci sempre l’andare.

Supera i portici, cammina fuori dove arriva il cielo. Scansa le auto che procedono piano per il ghiaccio; scansa il ghiaccio, vai dove arriva il cielo.

Senti le luci delle vetrine nei pensieri; ricorda le cose da fare, quelle da comprare; ricorda il tabacco e rulla.

Stingi il filtrino tra le labbra ma non troppo. Non esagerare ché i pensieri non li perdi così.

Rulla e fuma andando. Una volta ti piaceva, ti piace ancora come la vita che prima o poi annegherà. Vai, ricorda come è. E’ già successo, non aver paura. Ricorda la confusione di una corsia e l’odor di disinfettante. Il silenzio e un telefono che suona. Ricorda l’attesa e il sangue freddo; la vita che non ti passa davanti, cazzate. Neppure una domanda, solo non ancora, non adesso. Neppure una domanda, una sola stupida domanda. Stringi la giacca, recupera l’auricolare, cambia disco, come i pensieri. Cambia i pensieri. Riavvia.

 

 

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All-Star Game, Magic tira.

Sigur Ros – Olsen Olsen

Metti in ordine, crei disordine, metti in ordine, crei disordine, cerchi ordine, butti via.

- Accumula ricordi. Stipa bene.

Cambi la disposizione dei mobili, riporti tutto come era in origine. Ricominci, sposti ancora. Cerchi luce giusta, angolazione in rima coi pensieri o col sentire.

- Fermati a sentire. Stipa bene.

Sposti ancora, magari no, ti siedi su di una poltrona e non ti ci sei seduto mai. Chissà perché. Rivaluti, metti su musica e crei una lista mentale delle cose da fare, ti fermi prima. Le liste non le hai seguite mai. Chissà quanti altri come te. Ci riprovi. Provi ad esser diverso da così e non è la prima volta. Una volta hai provato ad esser trasparente. A pensarci non t’era poi venuto neppure così male, ha funzionato per un periodo ma era tanto tempo fa.

- Non farlo più, riprenditi i colori. Stipa bene.

La musica attraversa il legno delle travi del parquet o almeno così pare, attraversa travi vecchie e arriva fino a te. Risale piano e riempie i pensieri. Ti tuffi indietro ma solo nei ricordi, ti tuffi quanto basta e chiudi gli occhi un po’, senti la stanchezza, i morsi della fame o magari son pensieri, non è che ne sei proprio così sicuro. Metti in lista il pranzo. Devi far pranzo o quello era ieri, forse l’altro ieri e ti fermi a pensar che giorno è? Lista delle cose da fare. Ricordati i giorni e metti in ordine.

- Fai pranzo. Metti in ordine i giorni.

L’aria è fredda ma di un freddo strano; il freddo di certe mattine che si sveglian in dubbio di stagione. Sembra marzo ma non è proprio come marzo perché a marzo, quando sei per la via, il profumo dei fiori lo senti nell’aria e i colori tutt’intorno son come amplificati da quella stessa aria strana; marzo sa di ritorno, di chi riattraversa l’ade e torna a casa; sa di festa e l’aria è strana proprio come nei giorni di festa. Luce e nostalgia. Proprio come nei giorni di festa.

- Ricorda che non è marzo.

L’acqua bolle, ricorda l’effetto che fa il sentir familiari suoni da un’altra stanza. Il gorgoglio dell’acqua, il borbottio della moka, i trilli del forno, il cestello della lavatrice. Solo la lavastoviglie non sai che suono fa. Compra il detersivo , quella roba che hai guardato in pubblicità chissà quante volte.

- Compra il detersivo per la lavastoviglie. Scopri il suono che fa.

Il telefono suona e lo lasci andare ancora un po’, pensi all’effetto che fa e rispondi. No, non è che non voglio; non possiamo andare perché è chiuso. Ascolti la domanda e sorridi un po’ poi dici no, non credo. T’aspetto. Metti su il caffè. Berremo un caffè allora o altrimenti c’è l’acqua che bolle. A sentimento.

Ricorda di dar le chiavi di casa agli amici così, quando l’acqua bolle, loro andranno diretti in cucina a metterci dentro la pasta.

Ricorda che quest’ultima è una cazzata ché questi te li ritrovi in casa a giocar a biliardino. Il suono del citofono. Ricorda l’effetto che fa. Fai una lista, la lista delle cose da fare e poi, quando l’hai fatta, accartocciala bene, stringi la carta tra le dita e apri la finestra. Saluta la vecchina del condominio lì davanti ché non si sa mai.

Apri la finestra, poi la giusta distanza. Stringi la lista. All-Star Game del ’92, non la senti la folla? Magic tira. Senti l’effetto che fa.

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The soft voices die

Beirut – The Peacock

Magari pensavi di non poterlo fare, non ancora, non adesso. Magari pensavi che tutto il buio dentro t’avrebbe divorato piano fino ad annullar i luminosi contorni dei sorrisi, sempre gli stessi. Sempre i tuoi.

Magari hai pensato che a forza di buttar giù lacrime ci saresti annegato quando dovevano esser buone solo a lavar bene il pavimento ché tanto valevano evidentemente o magari hai pensato che no, dall’umiliazione che viene dal sentirsi usati da chi ami, non ti saresti ripreso, non così in fretta ché c’era da attraversar ogni singola fase del dolore.

Passano i secoli, cambiano i nomi degli dei sempre che tu non sia un senzadio ma l’espiazione è sempre la stessa, ride di te che t’accartocci e struggi in pensieri che non porteranno da nessuna parte; serviranno solo a rallentar processi inevitabili alla sopravvivenza.

Puoi amare, odiare o serbare rancore se ti viene bene, magari perdonare sempre che ti riesca ché il perdono è cosa d’alte sfere e magari tracotante tu proprio no, non lo sei stato mai. Tu al massimo metti via, fingi non sia accaduto, risparmi l’odio, il rancore, salti il perdono e ti resta dentro l’amore.

Divinità così, se le hai, tocca affrontarle una per una.

Magari ieri pensavi che la battaglia del metter via t’avrebbe sfiancato, ché le energie scarseggiano, non sempre stai sul pezzo e magari hai varcato la soglia di un posto noto pensando almeno provaci e invece poi è successo così, all’improvviso, nell’ attraversar un capannone ancora semivuoto.

Hai guardato l’ora, scoperto la mezzanotte, guardato la gente che era con te e hai visto in quegli occhi come una luce d’emozione e dentro qualcosa t’ha come scosso. Hai riconosciuto intorno gente del passato, quel tipo di gente in grado di renderti tutti i ricordi di quel che sei per il solo fatto d’aver fatto parte della tua vita, anche solo di sfuggita, ma questo forse perché vivi in una città piccola come Bologna, di quelle in cui in molti si conoscono e magari hai ricordato di aver incrociato giorni fa uno di quei visi del passato e mentre realizzavi che era una vita che non lo vedevi realizzavi anche un pupo di due anni al suo fianco. Ecco dove eri finito, sei diventato padre, sarai un buon padre, son sicura, te lo si leggeva negli occhi già anni fa per questo le donne scappavano a gambe levate ché avevano vent’anni, cosa vuoi che facciano??  Ti dicevo e tu ridevi di risata magnifica, avevamo vent’anni ed eravamo davvero più belli.

C’era qualcosa di magnifico ieri nell’aria intorno, come le chiavi di lettura delle cose quando l’afferri, come quando all’improvviso vedi uno spiraglio e senti che la strada è lì, davanti a te, devi solo aver coraggio di far quel passo e uscir dalle tenebre. Uno solo costosissimo passo perché compiuto quello non è detto tu riesca a tornar indietro.

C’era qualcosa di misterioso ieri nell’aria intorno ed era la luce che sentivi spinger da dentro come quando ti urlano anche le vene e devi solo dar tempo al tempo di arrivare.

C’era qualcosa di doloroso ieri nell’aria ed era quella parte della vita tua che desiderava d’esser raccontata tutta, ballandoci su, ogni singolo minuto d’amore e di dolore, rivissuto per poterlo salutare; come i canti persi nei millenni, vecchi riti d’espiazione.

Poi si son spente le luci, il fumo s’è fatto denso e un suono come questo ha riempito l’aria

The Soft Voices Die

attraversandoti le vene, come una scossa, una sola, di quelle fatte di tutta la vita che porti dentro, tra le dita, dentro gli occhi.

Hai sentito magari il corpo muoversi piano e l’amore della gente che era con te in uno sguardo d’intesa, un sorriso lieve sul viso e hai chiuso gli occhi piano. Hai lasciato che i suoni andassero dentro te, in ogni corda, sbrigliato i pensieri. Così densi tutt’intorno da poterli quasi sfiorare. Hai visto la vita raccontarsi piano e cose nei ricordi che magari non volevi, non afferrate quando potevi. Possibile non sia davvero riuscita  a veder che usava me per aggiustar vita sua? Sarà stato il sorriso profondo e non hai visto il pugnale,  l’amore puro e non hai colto l’inganno, non hai visto che usava gioia condivisa per sistemar passati remoti. Quanta energia pensava avessi? Quanto avanti potevi andare? E un colpo lieve in fondo al cuore, un tuffo profondo, di quelli che piegano nel far male e magari hai continuato a ballare, cercato la quiete dentro te e sei andato avanti così, avanti per ore e ogni singolo movimento portava via dolore, alternava il tempo dentro te e l’amore, poi un attimo fatto di magia e al tuo fianco hai come percepito presenza chiara di chi lasci andare, un ricordo ancora e ci hai come ballato insieme, in silenzio, una volta ancora. Magari hai sorriso e aspettato finisse, hai abbandonato i pensieri e la vita è tornata così, chi ti era al fianco è tornato con te , urlava sulla vita sua e l’hai trovato divertente ché siam buoni a ridere se la vita è tragicomica, almeno quello, impari a farlo nel tempo e spesso finisce che ti riesce anche bene. Così bevi alla vita e balli il dolore fino a tramutarlo in gioia, speri accada e nel mentre rendi giustizia a tutta la strada fatta assieme, fatta d’amore e parole su parole. Bentornata amica mia, ordina pure da bere, l’inverno sarà lungo da attraversare ma sorridi ancora un po’ perché stasera m’è toccato desiderar la fine per sentire di non poterla ancora avere

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Sono morto e non me ne sono accorto

Absent Without Leave – Faded Photographs

Come il tempo che impieghi a correr dietro al sogno fin quando ti ritrovi catapultato senza preavviso nella realtà, gli occhi puntati sulla stanza e li senti increduli d’averci creduto e la mente ancora persa in quell’attimo magnifico del creder sogno il reale, quello che ti spinge a tornar indietro ché si stava bene, eri magari un eroe o forse sempre tu, solo un po’ più vecchio e i campi immensi e le strade buie senza far paura e sentivi dentro al cuore che la missione, quella assegnata, almeno lì l’avresti portata a termine e poi il reale che porta il freddo del risveglio e magari sorridi dell’idiozia, sempre che non ti sian rimaste addosso due lacrime portate dietro dal sogno stesso ché anche questo fanno i sogni e neanche ricordi il perché il più delle volte. Sarà che la vita è ironica e spesso sceglie d’immolare te. Fattene ragione.

Come tutte le cazzate che t’hanno venduto e che hai pagato care, una ad una, non si dica mai che non saldi debito tu, sempre in prima fila. Come i campi, quelli che prima eran meglio, non come nei sogni, certo, ma comunque. Come i muretti a secco, quelli però contro cui ti sei schiantato ché di quelli serbi ricordo migliore. Sarà che è nitido come le cicatrici sulle ginocchia e il tempo andato, soprattutto quello perso.

Come il gelo, quello che t’attraversa in una notte più o meno uguale alle altre; il monito di quel che sei e che per una volta non volevi e lo stupore per un countdown che invece di partire segna  zero e pensi che tra tutti gli orologi rotti di una casa pure quello s’è inceppato e magari no, non lo volevi.

Come le scarpe quelle che fanno male e allora chiami una amica che abita vicino al punto di dolore e la porti a bere ché pure affogare in certi tipi d’occhi serve, senza dire, ché pure dire annoia.

Come il tempo stretto in una mano di cui serbi ricordo e nemmeno lo vuoi più che cerchi strade di cui scoprir il nome ché in quelle note ti sei perso già e tanto vale.

Come una conto che non torna e una sera a chieder conto sei pure tu, così, per star sul pezzo delle somme che devi tirare, ché le tiran sempre gli altri come fosse una mania e ancora ti chiedi che ci troveranno mai. Magari te lo chiedi, magari non ti frega ché pure metter via è un tirar di somme, lo si capisse mai.

Come tutte le sigarette che hai rullato, mandate giù come miele, ma pure meglio ché quello alla lunga, si sa.

Come tutti gli egoismi vestiti di sofismi, quelli che cantava Guccini di cui non frega più a nessuno, di Guccini eh ché per gli egoismi, per carità e magari neppure a te frega più ché è passato del tempo e tante cose t’hanno amareggiato, magari piano, magari no però il pugno lo stringi colpendo piano sui denti, possibilmente i tuoi, sempre i tuoi.

Come tutte le cazzate pensate, quelle da sviscerare ché facevan profondo che non vedo il fondo e come il giorno, o magari la notte, poco cambia, in cui ti fermi, rulli e pensi che pure un ci siamo visti suona bene se rivolto a te stesso, in nota con il resto; ti riprende la vita e così sia.

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Risvegli # 4

Absent Without Leave – How The Winter Comes

Le mattine fatte di caffè e parole distanti; un telefono che suona o forse a chiamare sei tu. L’attraversare un appartamento semivuoto e aver dubbio improvviso che non sia accaduto davvero; come il tornare indietro nel tempo, come se il tempo ti venisse reso e ripensi all’estate dell’anno precedente e la paura o l’ansia son come spazzate vie dal freddo che entra dalla finestra e ti percorre in un brivido.

Guardi fuori la nebbia che si dirada piano e pensi troppo piano, chiudi la finestra e ti guardi intorno, la moka comincia a borbottare ed è la seconda da quando sei sveglio. Dovresti smetterla con tutto quel caffè, allentar la presa della veglia; rilassar l’anima insieme ai pensieri e andare avanti.

Ci son risvegli fatti del silenzio intorno e pensi che sia benedetto ché il contrario non è per te, non ce la puoi fare, c’è qualcosa che frena ma non è paura. E’ che pensi di poterci riuscire solo con chi ama il proprio silenzio almeno quanto tu ami il tuo e sorridi pensando a tua madre che t’ha chiesto ti sei trasformata in ombra quante volte quest’anno?

Una marea mamma, davvero una marea di volte e m’è costato fatica perché era uno scappare per non impazzire e non sempre m’è venuto bene e di uno scatto d’ira ho provato vergogna e ho pregato un dio libero di perdonarmi ché a perdonar me non son stata buona mai.

Ho guardato nel profondo e quel che ho visto non sempre m’è piaciuto; ho pensato in infinite notti passate sul divano che dormir per strada forse mi sarebbe piaciuto di più, almeno avrei avuto stelle sulla testa e non cuscini scomodi sotto la schiena; avrei avuto paura del buio più della noia provata per me; perché alle volte ci si annoia pure di se stessi e io alle volte mi metterei in un pacco per poi spedirmi lontano e mi chiedo come facciano quelli che si amano alla follia. Esseri strani, penso io, o magari solo fortunati ad essersi incontrati. A me son toccata io, toccherà farsene ragione.

Ci son risvegli fatti solo di te che ti svegli, null’altro, nessuna poesia e allora metti su il caffè, un vinile a girare ed ecco la poesia che sale piano e ti strappa un sorriso perché ci son risvegli fatti per ricordarti che il quotidiano vivere è poetico in una nota che scalda l’aria, un profumo che si diffonde in cucina e si mescola con quello dell’aria stessa e respiri il freddo che ricorda la vita che scorre, anche quella dolorosa; è nel libro che porti con te fino a cuscini buttati sul pavimento e pronti ad accoglierti come fosse proprio lì tutto il mondo che ti basta. E’ in una voce anche se distante che ti strappa un sorriso o nella voglia che hai di rilassarti un paio d’ore prima di metterti a lavorare perché ci sono cose, nel tuo lavoro, che ti rimettono in onda con il senso stesso delle cose e ti auguri, in un attimo, di non scordarlo mai.

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Archiviato sotto Tempistica, vuoto a rendere

Di strada e d’altre cose

A Red Season Shade – Praising the Distance Concept

Come le strade che attraversi, magari in solitaria, ché quello è pur se ti consola illusione di metter strada sotto i piedi in due; pur se sai, dentro di te, che tra tutte le magre consolazioni proprio no, quella  non l’hai avuta poi forse mai ché preferisci andar da solo se proprio devi, paura non t’ha fatto mai; molta di più il lieve tocco di chi non vuol ferire e finisce per annientare piano nel quotidiano andare di costruzioni mentali che per te non vorresti mai.

Ché innalzi muri e ti ci siedi su, magari dicono, e basterebbe così poco per capir che, delle due, tutto il resto apre un varco dentro muri che son sempre lì, che tutti hanno; non saremo speciali stasera, ce ne faremo una ragione.

Come le giacche che hai chiuso un attimo prima d’andare e del dar peso ad un gesto così, servisse a fissar tappe nell’andare, servisse poi davvero se restan tutte scandite da un andar via di schiena a riprendersi la strada, tutta quella da percorrere.

Ché ti consola forse, tra tutte, magra illusione che alla fine arriveremo soli e il resto sarà condividere parte dell’andare ma poi ognuno riprenderà con sé le proprie cose, come accade già nell’andare stesso e tutte le volte in cui ti senti tirato fuori da percorsi altrui, proprio lì quando ci hai creduto o rimani stupidamente ferito per cose che avresti dovuto immaginare già; ché poi una leggerezza così da te non te l’aspettavi, non per la storia tua che sarà poi simile a quella di mille altri come te,  ma va bene lo stesso, hai vissuto, ci hai provato e il resto non è affar tuo.

Come gli inverni che arriveranno e immagini freddi o lunghi ma non ne hai paura ché scaldano le cose che ami.

Come la primavera che riconoscerai ancora nell’andare, nel cielo che si farà azzurro intenso e nelle prime differenti piogge che verranno.

Come tutte le stagioni che t’hanno attraversato ed ogni singolo vestito messo via e ripescato dall’armadio, dai ricordi, come ogni singolo ciclico abbandono che dai o ricevi, come fossimo migliori o diversi nel tempo che passa, come il risultato mutasse poi davvero; ché sei sempre tu, toccherà farsene ragione e magari berci su cercando di non perdersi in monologhi dell’anima che fan teatro, magari consolano nel vivisezionare i giorni ma finisce sempre che la vita chieda altro; converrà farsi trovar lucidi quando sarà il turno d’abbozzar risposta.

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Kurr e le cose in sottofondo

Amiina – Rugla

Il tempo che ti attraversa nello scorrer costante, le cose che cambiano e le immutate rotte fatte della commovente stupidità del restar ancorati a vecchi ricordi e le convinzioni quelle che poi invece perdi nell’andare e provi a finger di no almeno nell’immediato, ché il ricalcolo lo hai imparato tardi, cosa di generazione altra e tu che accosti ancora l’auto e cerchi contatto umano nel chieder aiuto, strade e direzioni, ché ti piacciono gli sguardi di chi aiuta e il ripartir con la gioia in più che vien dallo scambiar ricordi d’attimi.

Chissà che ricordo avrai tu, se perfettamente speculare al mio, con me che riparto e tu sul bordo della strada ancora a salutar dicendo che è facile, s’arriva in un attimo.

Il tempo t’attraversa nello scorrere costante e tu stendi ancora panni fuori ad asciugare come fossero ricordi, rimescoli le carte del passato e sogni una mano migliore.

Chissà che voce avrai adesso ché quella tua di bimbo la ricordo ancora, quella dei pomeriggi passati a rincorrerci e tu che urli d’aspettare, non cadere e sento la corsa tua e la mia in ogni singolo muscolo a dar la spinta verso il niente. Chissà se hai corso più così, incontro al niente.

Un ricordo ancora e la nostalgia che opprime il cuore ma giusto un tempo in più, più del dovuto e ribalti pensieri, ti perdi nel vederli sbrigliati ad offuscar la mente e poi li afferri, li rimbalzi contro soffitti in moti costanti fatti del ritmo di tutta la vita tua, quella che scorre tra le dita in notti che portano inciso il nome tuo in feroce amore e sguardi a sussurrar segreti strappati al tempo.

Il tempo incide addosso segni dell’andare e stringi vecchie giacche ancora; servisse a ristabilire equilibri e farti poi cadere ancora, ché sogni una vecchia casa e il crollar di una stanza, sempre la stessa, sempre la tua.

Chissà che strada hai preso tu, se porta poi davvero a te ché per orgoglio alle volte io ho scelto la più strana e ho ottenuto buio e paure; chissà se ti sei mai seduto ai bordi di te, spiato nel profondo credendo che restar lì servisse davvero ed era solo il suono della paura ancora, quella che ti blocca e diviene noia, tu stesso divieni noia ma lo scopri solo dopo e toccherà augurarsi che il dopo possa non esser tardi mai.

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Risvegli # 3

Ludovico Einaudi – Berlin song

L’aria fredda del mattino che attraversa la stanza e ti costringe ad aprir gli occhi, il pensar che la finestra poi non la chiudi mai ché dormi in salotto e fumi ancora come un disperato, nonostante la tosse torni puntuale a scandir stagioni più delle piogge, nonostante tu dica di volerti bene, nonostante gli anni.

Ti stiracchi un po’ ché sei come intorpidito, intorpidito dentro e punti gli occhi alla finestra, ai palazzi sempre uguali e sorridi di un balcone chiuso, di un vicino che ha smesso di presentarsi lì tutte le mattine a bere il suo caffè. Chissà che vita fai tu, chissà se ricomparirai l’estate prossima o farai parte di uno dei mille ricordi di gente intravista nel tempo.

Ci sono pensieri che t’attraversano al mattino e son quelli fatti di tutte le sensazioni che ti porti dentro e che di giorno si confondono con la confusione, il lavoro, l’andare; solitamente son quelli che ti tengono un po’ sveglio di notte e che poi, al mattino, assumono miracolosamente contorni nuovi. Nella vita mia quel tipo di pensieri son sempre come accompagnati da una chiave risolutiva.

Mi attraversano e penso con calma, c’è posto per tutti e quando non c’è, li prendo tutti e li affogo in un paio di tazzine di caffè ché pure io merito il giorno di quiete, il credere che la vita vada vissuta senza farsi troppo male ché già ci pensano gli altri con le loro lentezze, i dolori e il pensar d’esser sempre, perennemente in trincea. Sarà che la trincea l’ho lasciata alle spalle ché scenderci quando non sei ancora buono a combattere è errore tattico che poi ti porti dietro e le conseguenze le ho già pagate; avanti il prossimo pensiero, c’è ancora caffè; al massimo ti presserò bene nel tabacco e ti porterò con me per strada, andando al lavoro, e fumandoti ti vedrò finir nell’aria insieme al tabacco, torna pur lì, da dove sei venuto perché conoscessi la stanchezza mia proveresti compassione e magari non ti presenteresti neppure al mattino.

Ci sono risvegli che sanno di libri sparsi, piedi scalzi ancora e la voglia irrefrenabile di riprender la valigia ancora chiusa e andar a veder posti che non sai o magari semplicemente provar a veder se vola se la lanci bene da una finestra aperta.

Ci son risvegli che sanno del silenzio che ti porti dentro, porto sereno di un approdo e chiudi gli occhi su un piano che suona in sottofondo, che rassereni l’anima, che indichi la rotta della nuova partenza ché ho spiegato vele e virato così tante volte in solitaria che ormai conosco bene ogni singolo intoppo di questo andare, la gioia e la fatica.

Stupiscimi con un tramonto nuovo, raccontami cose che non so ché le paure son solo quelle che non ti fanno andare e se sei nella tempesta ti converrà metterle in tasca e pensarci dopo. Che siano motore che ridia lucidità o energia e rimboccati le maniche ancora ché se non navighi in solitaria la fatica si divide non ce la si passa come facevam da bambini coi gavettoni sperando esploda in mano a qualcun altro ché il navigar meschino non è cosa mia e il massimo della difesa che conosco è nel lasciar gli altri liberi d’andare ché le rotte non per forza si incrociano non per forza son destinate a proseguir in ugual senso e io piuttosto che riversar dolori cammino sola ché il contrario la vita me l’ha già mostrato e m’è bastato.

Ci son risvegli che sanno di tutto il dolore che c’è stato, i miei portan dentro le gioie ché le ho avute e negarlo serve forse solo a sguazzar una sera, forse due, dentro se stessi, più di questo, non è cosa mia perché l’aria che respiro ho imparato a rispettarla; venisse la vita ancora a ricordarmi il gelo di spalle al muro e che i mobili possono pure volare mi concentrerò ancora sul fatto che prima di sfasciarsi, planano. Una frazione misera di secondo fatta di poesia nella confusione tutt’intorno. M’aggrapperò ancora a quella e andremo avanti.

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Track 2

Craft Spells – Scandinavian Crush

Ci sono ricordi fatti di suoni così e tu che appari all’improvviso tra la folla di un locale familiare e sorridi.

Un battito improvviso e diverso, il sorridere spontaneo e alzar piano in alto il bicchiere.

Che ti suoni come un sei a casa nel rumore di suoni che amiamo.

Che torni all’improvviso il suono di tutti i passi fatti insieme e appaia leggero come i sorrisi, tutti quelli fatti d’emozione che sfugge in un brillio degli occhi e non lo trattieni ché poche cose abbiamo amato e l’emozione era tra quelle.

C’era il non dirsi altro se non quello che il ballare a giusta distanza può dire. Il dire senza sfiorarsi mai. Lo scivolare sui suoni come scivolassimo sulla vita intera per una sera e il mondo fuori a scandire il tempo di un abbraccio, dell’addio, di un treno da prendere, dei viaggi, di tutte le cose e parole sconosciute e altrui a mille miglia da noi, dall’angusto spazio di un ballare con i piedi saldi al suolo e gli sguardi rapidi tra un suono d’emozione ed un altro.

Che tu possa ricordare ancora che ballavamo per noi, ciascuno per sé ma senza lasciarci mai quando il resto non esisteva; che amavamo così e la vita la portavamo in tasca e a volte l’abbiamo affogata in un bicchiere in più per il solo gusto di vederla annegare e noi insieme a lei combattendo pensieri nell’andare giù, come sotto il livello dell’acqua, ma solo per risalire con l’adrenalina del fiato ripreso e un urlo nel cuore.

Che tu possa vivere l’apnea sempre e solo come preludio di un’esplosione di gioia, tutta quella da vivere ancora ché non sai mai quanto il tempo che resta e allora toccherà incamminarsi fin dentro i giorni e mettere chilometri nei ricordi per aver storie a sera da raccontare a chi non presenta il conto mai di quel che sei o di quel che ti copre lo sguardo, come velo, in attimi peggiori di altri.

Ci sono ricordi e a volte la vita te li lascia rivivere in modo che tu possa come stenderli al sole.

Che sappiano di bucato ancora e d’aria d’estate; che tu possa rimetterli al loro posto subito dopo, in cassetti ancora, se è stato un battito improvviso e nuovo a riportarli alla mente e nel chiudere cassetti magari sorridi perché l’unico ricordo vero tornato nei giorni è fatto del suono inciso dentro te e allora ti capita di riaffiorare da dentro le tue stesse vene nell’adrenalina di un viaggio, di uno sguardo d’intesa.

Che tu possa amare ancora così come ho amato io e ricordartene magari mentre guardi fuori dal finestrino di un treno come fanno mille altri insieme a te e sorridere dell’andar simili. Che tu possa ricordare che speciali non lo siamo mai; è solo la misura del comune sentire. Che ti basti sfamandoti a sera e copra all’occorrenza di un inverno più duro di altri perché c’è sempre un inverno più duro di altri e toccherà brindare anche agli aerei che non hai preso mai.

Che tu sappia farlo andando avanti ché il passato l’abbiamo visto già e tanto vale.

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Risvegli # 2

Ludovico Einaudi – Berlin Song

Per i risvegli stesi ad asciugare nel ricordo e le infinite moke a scandire il tempo di un’attesa. Per le cose che fai nel mezzo ché ad aspettar caffè fissando il vuoto non sei stato buono mai.

Il rumore dell’acqua nel silenzio di una stanza, il movimento rapido delle dita sull’acciaio freddo della moka che si perde in gesti noti, così, senza pensare e l’aroma del caffè che si sprigiona immediato tutt’intorno e riconosci il tempo, quello che deve passare in cose piccole così.

Che tu non perda l’entusiasmo, che tu ci creda anche domani.

Ci son risvegli fatti di un giornale che sfogli e dell’esserti svegliato prima ancora dell’ora stabilita ché poi quando succede, a volte, ne se quasi contento.

Nessuna fretta. Goditi il momento del tempo fatto di silenzio poi verrà il rumore, la confusione e tutti i singoli pensieri di un lavoro che t’attende.

Ché poi, magari come ieri, ti chiedono se ti piace davvero il lavoro che fai e tu ne hai sorriso ché l’idea tua del tuo lavoro è persa dentro te e non è neppure lavoro ché è fatta di dolore, amore e frustrazione per le notti che poi passi sveglio pensando alla vita della gente che ti vien chiesto di provare a mutare, come dovessi ridar sorrisi o togliere un pensiero e il più delle volte sei tu che diventi padrone del pensiero e ne senti magari pure il rancore. Ché ti dicono passerà e tu preghi un dio qualunque, uno disponibile, che no.

Fa’ che non succeda mai perché dovesse, forse quel giorno potrei pure cambiarlo il mio mestiere, ché col distacco già combatto.

Fa’ che non venga mai nelle cose che amo, mai nel tempo altrui da cambiare, mai nel sentir dolore forte che ti tiene sveglio la notte ché poche cose voglio per me e son tutte fatte della vita che t’attraversa e poi abbandona, di attimi così, di risvegli lenti e silenziosi, di sguardi di fiducia in penombre di ricordi ché ho dovuto infrangere barriere o farne a meno, ristabilire regole note per aver la forza di tornare indietro e amar chi non m’ha capito per evitar che mi si strappasse perfino il cuore oltre ai sorrisi.

Ci sono guerre silenziose che combatti e son tutte quelle contro te per non esser sopraffatto magari dalla rabbia ché hai deciso che la rabbia già con te aveva dato.

Vengano pure sentimenti nuovi, tutti quelli che non so.

Che tu possa credere domani di stupirti per un suono nuovo e sapere che ti basta, che bastano cose così ché tanto tutti i pensieri della quotidiana vita ci fanno così simili e umani che alla fine neppure val la pena di starsi a torturare, ché non li puoi poi cambiare e allora tanto vale stringer i denti e respirare.

Ci son risvegli che ricordano lo star seduti su davanzali di finestre perse nel ricordo di una casa a volte così lontana nella mente che potrebbe non essere esistita mai, però ricordi i fiori, tutti quelli di una madre e ne sorridi pensando che poi la chiave sua era quella. Ti sei salvata così e quello che non t’ho detto mai è che lo sapevo che ci saresti riuscita un giorno, ma dovevamo attraversare in silenzio e con rigore i giorni, dovevamo dare il giusto, faticoso tempo perfino alla follia di un momento, perfino al dolore e certe volte ti guardo e penso che il viaggio migliore che ho, potessi, lo chiuderei in un pacco piccolo e lo lascerei a te.

Che tu possa amare domani ancora, pensarmi da lontano in una mattina magari come questa e sapere dentro te che per me no, non dovrai avere paura mai. Io me la cavo, innaffia i fiori.

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