Zante

Una scrivania vecchia vent’anni, una finestra sulla via, le sue mani incrociate dietro la schiena, il volto intravisto tra contorni sfumati su vetro che riflette il buio ancora di una notte da venire.

Il vapore di un ferro da stiro e un grembiule piccolo, bianco. Le pieghe che scompaiono all’improvviso sotto il calore di un ferro da stiro e il silenzio tutto tuo tra dita ferme a stringer di rabbia e di dolore.

La magia delle pieghe che scompaiono e la sua voce che m’arriva tipo a risvegliar dal sogno e dice serio: “Ripeti, non m’è arrivato niente. Pensa al fatto che non ti vedo, ricorda i particolari. Sento  la tua voce ma non ho pieghe del viso a trasmetter dolore o la gioia e così come fai tu, di Foscolo, non mi arriva niente. Mai più toccherò le sacre sponde; non lo senti il dolore? Impara a sentire, poi fallo arrivare a me che son di spalle e non lo vedo. Fidati”.

Una poesia da recitare. Non lo senti il dolore? Una ferro da stiro, la penombra, l’odor di vapore.

Impara a sentir dove non pensi ci sia. Ascolta davvero, vedi se c’è. Una brocca che cade, dei fiori per terra per giorni. Lo schivar di silenzioso rispetto. Un petalo nascosto in una tasca, i passi nella notte.

Mai più toccherò le sacre sponde, non lo senti il dolore?

Una brocca che cade, fiori sparsi su pavimento chiaro. Non lo vedi il colore e le forme di petali nei giorni? I contorni sfumano. L’amore s’accartoccia.

Non le vedi le pieghe che scompaiono sotto il vapore intenso? E’ come magia.

Le piume di un cuscino volano nella notte, una collana cade e fa come tonfo sordo.

Tu non altro che il canto avrai del figlio, lo senti il dolore? Servirà poi davvero tutto il dolore ché nel tempo ti travolge dubbio.

Una stretta nella notte, una giacca che chiudi. Una valigia in cui nascondersi e infiniti binari su cui accovacciarsi d’attesa. Un pugno a un finestrino, l’infanzia tutta gettata così, di binario in binario.

Ma te lo ricordi tu come era e t’ho amata di follia e di dubbio. Ho chiuso gli occhi che m’aveva insegnato la chiave per arrivar a te ch’eri di silenzio lontana mille miglia, fin dentro il buio pesto d’una paura. L’avessi capito allora che provava a portarmi lontano fino a te che stiravi ad un passo da me.

Ma te lo ricordi tu come era e chiudi  una valigia all’infinito, come il tempo che si ripete. L’attraversar le notti incerte cercando poesia fin dentro un silenzio e l’albe rendono riflessi all’amore cieco di penombre e contorni sfumati. Le corse, perfino quelle dentro ,stando fermo. Il creder folle e non avevamo altro, come la stanchezza, quella infinita della resa e poi l’andare ancora.

Chiudi giacche nella notte e riprendi vie incerte nel silenzio di un ricordo spento, lontano mille miglia. Smetti di sentire per evitar poesia altrui ché ti basta la tua e il non saperla raccontare ancora, come il rullare nella notte e perdersi di paesaggi o dolcezza. All’infinito.

Lascia un commento

Archiviato in Tempistica

Risvegli # 5

L’aria del mattino sul viso che ti tiene sveglio mentre torni a casa, l’intera notte sulle spalle e l’alba condivisa in una piazza. Un bicchierino in plastica pieno di caffè che stringi tra le mani a scaldar la punta delle dita e un sorriso quando ti volti e magari stai bene ché era tanto che non tiravate dritto per il solo gusto di farlo.

Aspetti l’alba camminando, aspetti che le vie si svuotino, che tutti si fanculizzino hai detto tu e t’ho dato ragione ché volevamo camminare e viver la pazienza e l’abbandono, le lucine dei lampioni che hai visto accendersi tornare a spegnersi ancora e veder il cielo, per quel che questa città concede, divenir via via più chiaro fino a sottolinear stanchezza tua sul volto.

Ché se non dicevi oh buongiorno eh, ma soprattutto sti cazzi forse non ridevo ché sti cazzi poi, magari, l’ho pensato pure io dopo il tuo buongiorno, sarà che sono anni che finiamo serata assieme, aspettiam comunque che tutti sian preda del sonno per liberar piste di pensieri e conosci ogni punto d’arrivo mio o di partenza tanto che mi vien leggero starti al fianco, sarà che mi prendi pensieri e li spegni in volo in modo che non pesino, che smettano baccano e spesso mi chiedo come tu riesca.

Sarà che sentirti dire che domani è un bel giorno m’ha reso ricordi e in quelli mi son persa: “e che i capelli tuoi han preso fuoco te lo ricordi?” “ricordo pure che hai continuato a menarmi dopo che ormai erano spenti”  e ridiamoci su ché quello pure fu un gran giorno ché le sorprese pensavo m’agitassero e ho scoperto che se senti l’amore che c’è dietro allora spaventano poco poco meno, pure se poi finisce che quasi vai a fuoco per quante candele t’han messo in una stanza.

Domani è un bel giorno dici tu e io penso a tutti gli anni in cui ho finto di scordarmene ed era solo paura che si scordassero altri.

Sarà che ci son cose che non vuoi si ripetano e hai scelto di non fermarti su certi ricordi più del dovuto e no, non ho risposte amica mia e tu mi chiedi di parlar di cose che ho come dimenticato ché pure la mente m’ha reso giustizia nel tempo e mi rimanda indietro, se provo a pensarci, solo contorni sfocati o cose belle e non sai quante le notti passate a pensarci e quantomeno tutte le volte in cui ho dovuto provar a rendere conto di quel che sono e se lo chiedo a te che cosa sono tu dici quella che chiamerei se rimanessi a terra e  a che cazzo ti servo senza macchina? e tu dici che ti serve sapere che verrei e mentre sdrammatizzo sulla magra consolazione dato il tempo che comunque impiegherei tu sorridi e io intanto penso che è una vita che aspetto me ma per me, non so perché, non arrivo quasi mai, manco a piedi. Poche volte mi son come intravista all’orizzonte e mi è piaciuto, poi qualcosa m’ha riportata lontana però mi perdo ancora di sorrisi in una notte d’estate, in uno sguardo nella penombra, nel camminare fitto di parole come adesso che ho bisogno di rifar valigia e ripartire, tornar al punto di partenza per tirar due somme di me e allora riporto passi su terreno noto di partenza anche se costerà fatica e tu vuoi sapere perché ho intenzione d’andarmi a cazziar da sola, perché lo sai che mi costerà fatica e vuoi venire con me e mentre nutro sospetto che pure tu abbia da appuntarmi qualcosa ti guardo e rido ché ti ci immagino pure con lo sguardo attento sui pensieri miei ché l’amore tuo lo sento e mi commuove spesso ma ci son volte in cui uno il mazzo deve andare a farselo solo, senza amici a sostenere. Amami così amica mia, pure se ti lascio a casa ché ho una strada da percorrere e questa sì, per quanto vale dentro me, ho fegato di farla pure a piedi.

1 commento

Archiviato in vuoto a rendere

Prima o poi annegherà

T’aggrovigli, t’accartocci. T’aggrovigli,  t’accartocci ancora. Per l’ancora avremo tempo, come per l’infelicità. Per l’infelicità avremo tempo.

Stringi la giacca. Vai avanti. Ti scontri e chiedi scusa, chiedi scusa e vai avanti. Sorridono. A te sorridono spesso e chissà poi perché ché tu mica sorridi sempre, ti scusi, certo, ma non sempre hai da sorridere. Lascia stare, sorridi se verrà.

Attraversa le vie, le strade son come nuove, tipo i pensieri ma meglio ché non sempre i pensieri son come nuovi. Stringi le mani nei guanti. Guarda il semaforo. Stringi le mani nei guanti, sfiora l’accendino in tasca, nell’altra la musica. La musica vibra, a farci caso. Sistema l’auricolare ché te lo perdi. Scivola, recupera, attraversa, senti i suoni. Riconosci l’andare. Riconosci sempre l’andare.

Supera i portici, cammina fuori dove arriva il cielo. Scansa le auto che procedono piano per il ghiaccio; scansa il ghiaccio, vai dove arriva il cielo.

Senti le luci delle vetrine nei pensieri; ricorda le cose da fare, quelle da comprare; ricorda il tabacco e rulla.

Stingi il filtrino tra le labbra ma non troppo. Non esagerare ché i pensieri non li perdi così.

Rulla e fuma andando. Una volta ti piaceva, ti piace ancora come la vita che prima o poi annegherà. Vai, ricorda come è. E’ già successo, non aver paura. Ricorda la confusione di una corsia e l’odor di disinfettante. Il silenzio e un telefono che suona. Ricorda l’attesa e il sangue freddo; la vita che non ti passa davanti, cazzate. Neppure una domanda, solo non ancora, non adesso. Neppure una domanda, una sola stupida domanda. Stringi la giacca, recupera l’auricolare, cambia disco, come i pensieri. Cambia i pensieri. Riavvia.

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Tempistica

All-Star Game, Magic tira.

Sigur Ros – Olsen Olsen

Metti in ordine, crei disordine, metti in ordine, crei disordine, cerchi ordine, butti via.

- Accumula ricordi. Stipa bene.

Cambi la disposizione dei mobili, riporti tutto come era in origine. Ricominci, sposti ancora. Cerchi luce giusta, angolazione in rima coi pensieri o col sentire.

- Fermati a sentire. Stipa bene.

Sposti ancora, magari no, ti siedi su di una poltrona e non ti ci sei seduto mai. Chissà perché. Rivaluti, metti su musica e crei una lista mentale delle cose da fare, ti fermi prima. Le liste non le hai seguite mai. Chissà quanti altri come te. Ci riprovi. Provi ad esser diverso da così e non è la prima volta. Una volta hai provato ad esser trasparente. A pensarci non t’era poi venuto neppure così male, ha funzionato per un periodo ma era tanto tempo fa.

- Non farlo più, riprenditi i colori. Stipa bene.

La musica attraversa il legno delle travi del parquet o almeno così pare, attraversa travi vecchie e arriva fino a te. Risale piano e riempie i pensieri. Ti tuffi indietro ma solo nei ricordi, ti tuffi quanto basta e chiudi gli occhi un po’, senti la stanchezza, i morsi della fame o magari son pensieri, non è che ne sei proprio così sicuro. Metti in lista il pranzo. Devi far pranzo o quello era ieri, forse l’altro ieri e ti fermi a pensar che giorno è? Lista delle cose da fare. Ricordati i giorni e metti in ordine.

- Fai pranzo. Metti in ordine i giorni.

L’aria è fredda ma di un freddo strano; il freddo di certe mattine che si sveglian in dubbio di stagione. Sembra marzo ma non è proprio come marzo perché a marzo, quando sei per la via, il profumo dei fiori lo senti nell’aria e i colori tutt’intorno son come amplificati da quella stessa aria strana; marzo sa di ritorno, di chi riattraversa l’ade e torna a casa; sa di festa e l’aria è strana proprio come nei giorni di festa. Luce e nostalgia. Proprio come nei giorni di festa.

- Ricorda che non è marzo.

L’acqua bolle, ricorda l’effetto che fa il sentir familiari suoni da un’altra stanza. Il gorgoglio dell’acqua, il borbottio della moka, i trilli del forno, il cestello della lavatrice. Solo la lavastoviglie non sai che suono fa. Compra il detersivo , quella roba che hai guardato in pubblicità chissà quante volte.

- Compra il detersivo per la lavastoviglie. Scopri il suono che fa.

Il telefono suona e lo lasci andare ancora un po’, pensi all’effetto che fa e rispondi. No, non è che non voglio; non possiamo andare perché è chiuso. Ascolti la domanda e sorridi un po’ poi dici no, non credo. T’aspetto. Metti su il caffè. Berremo un caffè allora o altrimenti c’è l’acqua che bolle. A sentimento.

Ricorda di dar le chiavi di casa agli amici così, quando l’acqua bolle, loro andranno diretti in cucina a metterci dentro la pasta.

Ricorda che quest’ultima è una cazzata ché questi te li ritrovi in casa a giocar a biliardino. Il suono del citofono. Ricorda l’effetto che fa. Fai una lista, la lista delle cose da fare e poi, quando l’hai fatta, accartocciala bene, stringi la carta tra le dita e apri la finestra. Saluta la vecchina del condominio lì davanti ché non si sa mai.

Apri la finestra, poi la giusta distanza. Stringi la lista. All-Star Game del ’92, non la senti la folla? Magic tira. Senti l’effetto che fa.

Lascia un commento

Archiviato in Tempistica

The soft voices die

Beirut – The Peacock

Magari pensavi di non poterlo fare, non ancora, non adesso. Magari pensavi che tutto il buio dentro t’avrebbe divorato piano fino ad annullar i luminosi contorni dei sorrisi, sempre gli stessi. Sempre i tuoi.

Magari hai pensato che a forza di buttar giù lacrime ci saresti annegato quando dovevano esser buone solo a lavar bene il pavimento ché tanto valevano evidentemente o magari hai pensato che no, dall’umiliazione che viene dal sentirsi usati da chi ami, non ti saresti ripreso, non così in fretta ché c’era da attraversar ogni singola fase del dolore.

Passano i secoli, cambiano i nomi degli dei sempre che tu non sia un senzadio ma l’espiazione è sempre la stessa, ride di te che t’accartocci e struggi in pensieri che non porteranno da nessuna parte; serviranno solo a rallentar processi inevitabili alla sopravvivenza.

Puoi amare, odiare o serbare rancore se ti viene bene, magari perdonare sempre che ti riesca ché il perdono è cosa d’alte sfere e magari tracotante tu proprio no, non lo sei stato mai. Tu al massimo metti via, fingi non sia accaduto, risparmi l’odio, il rancore, salti il perdono e ti resta dentro l’amore.

Divinità così, se le hai, tocca affrontarle una per una.

Magari ieri pensavi che la battaglia del metter via t’avrebbe sfiancato, ché le energie scarseggiano, non sempre stai sul pezzo e magari hai varcato la soglia di un posto noto pensando almeno provaci e invece poi è successo così, all’improvviso, nell’ attraversar un capannone ancora semivuoto.

Hai guardato l’ora, scoperto la mezzanotte, guardato la gente che era con te e hai visto in quegli occhi come una luce d’emozione e dentro qualcosa t’ha come scosso. Hai riconosciuto intorno gente del passato, quel tipo di gente in grado di renderti tutti i ricordi di quel che sei per il solo fatto d’aver fatto parte della tua vita, anche solo di sfuggita, ma questo forse perché vivi in una città piccola come Bologna, di quelle in cui in molti si conoscono e magari hai ricordato di aver incrociato giorni fa uno di quei visi del passato e mentre realizzavi che era una vita che non lo vedevi realizzavi anche un pupo di due anni al suo fianco. Ecco dove eri finito, sei diventato padre, sarai un buon padre, son sicura, te lo si leggeva negli occhi già anni fa per questo le donne scappavano a gambe levate ché avevano vent’anni, cosa vuoi che facciano??  Ti dicevo e tu ridevi di risata magnifica, avevamo vent’anni ed eravamo davvero più belli.

C’era qualcosa di magnifico ieri nell’aria intorno, come le chiavi di lettura delle cose quando l’afferri, come quando all’improvviso vedi uno spiraglio e senti che la strada è lì, davanti a te, devi solo aver coraggio di far quel passo e uscir dalle tenebre. Uno solo costosissimo passo perché compiuto quello non è detto tu riesca a tornar indietro.

C’era qualcosa di misterioso ieri nell’aria intorno ed era la luce che sentivi spinger da dentro come quando ti urlano anche le vene e devi solo dar tempo al tempo di arrivare.

C’era qualcosa di doloroso ieri nell’aria ed era quella parte della vita tua che desiderava d’esser raccontata tutta, ballandoci su, ogni singolo minuto d’amore e di dolore, rivissuto per poterlo salutare; come i canti persi nei millenni, vecchi riti d’espiazione.

Poi si son spente le luci, il fumo s’è fatto denso e un suono come questo ha riempito l’aria

The Soft Voices Die

attraversandoti le vene, come una scossa, una sola, di quelle fatte di tutta la vita che porti dentro, tra le dita, dentro gli occhi.

Hai sentito magari il corpo muoversi piano e l’amore della gente che era con te in uno sguardo d’intesa, un sorriso lieve sul viso e hai chiuso gli occhi piano. Hai lasciato che i suoni andassero dentro te, in ogni corda, sbrigliato i pensieri. Così densi tutt’intorno da poterli quasi sfiorare. Hai visto la vita raccontarsi piano e cose nei ricordi che magari non volevi, non afferrate quando potevi. Possibile non sia davvero riuscita  a veder che usava me per aggiustar vita sua? Sarà stato il sorriso profondo e non hai visto il pugnale,  l’amore puro e non hai colto l’inganno, non hai visto che usava gioia condivisa per sistemar passati remoti. Quanta energia pensava avessi? Quanto avanti potevi andare? E un colpo lieve in fondo al cuore, un tuffo profondo, di quelli che piegano nel far male e magari hai continuato a ballare, cercato la quiete dentro te e sei andato avanti così, avanti per ore e ogni singolo movimento portava via dolore, alternava il tempo dentro te e l’amore, poi un attimo fatto di magia e al tuo fianco hai come percepito presenza chiara di chi lasci andare, un ricordo ancora e ci hai come ballato insieme, in silenzio, una volta ancora. Magari hai sorriso e aspettato finisse, hai abbandonato i pensieri e la vita è tornata così, chi ti era al fianco è tornato con te , urlava sulla vita sua e l’hai trovato divertente ché siam buoni a ridere se la vita è tragicomica, almeno quello, impari a farlo nel tempo e spesso finisce che ti riesce anche bene. Così bevi alla vita e balli il dolore fino a tramutarlo in gioia, speri accada e nel mentre rendi giustizia a tutta la strada fatta assieme, fatta d’amore e parole su parole. Bentornata amica mia, ordina pure da bere, l’inverno sarà lungo da attraversare ma sorridi ancora un po’ perché stasera m’è toccato desiderar la fine per sentire di non poterla ancora avere

Lascia un commento

Archiviato in Tempistica

Sono morto e non me ne sono accorto

Absent Without Leave – Faded Photographs

Come il tempo che impieghi a correr dietro al sogno fin quando ti ritrovi catapultato senza preavviso nella realtà, gli occhi puntati sulla stanza e li senti increduli d’averci creduto e la mente ancora persa in quell’attimo magnifico del creder sogno il reale, quello che ti spinge a tornar indietro ché si stava bene, eri magari un eroe o forse sempre tu, solo un po’ più vecchio e i campi immensi e le strade buie senza far paura e sentivi dentro al cuore che la missione, quella assegnata, almeno lì l’avresti portata a termine e poi il reale che porta il freddo del risveglio e magari sorridi dell’idiozia, sempre che non ti sian rimaste addosso due lacrime portate dietro dal sogno stesso ché anche questo fanno i sogni e neanche ricordi il perché il più delle volte. Sarà che la vita è ironica e spesso sceglie d’immolare te. Fattene ragione.

Come tutte le cazzate che t’hanno venduto e che hai pagato care, una ad una, non si dica mai che non saldi debito tu, sempre in prima fila. Come i campi, quelli che prima eran meglio, non come nei sogni, certo, ma comunque. Come i muretti a secco, quelli però contro cui ti sei schiantato ché di quelli serbi ricordo migliore. Sarà che è nitido come le cicatrici sulle ginocchia e il tempo andato, soprattutto quello perso.

Come il gelo, quello che t’attraversa in una notte più o meno uguale alle altre; il monito di quel che sei e che per una volta non volevi e lo stupore per un countdown che invece di partire segna  zero e pensi che tra tutti gli orologi rotti di una casa pure quello s’è inceppato e magari no, non lo volevi.

Come le scarpe quelle che fanno male e allora chiami una amica che abita vicino al punto di dolore e la porti a bere ché pure affogare in certi tipi d’occhi serve, senza dire, ché pure dire annoia.

Come il tempo stretto in una mano di cui serbi ricordo e nemmeno lo vuoi più che cerchi strade di cui scoprir il nome ché in quelle note ti sei perso già e tanto vale.

Come una conto che non torna e una sera a chieder conto sei pure tu, così, per star sul pezzo delle somme che devi tirare, ché le tiran sempre gli altri come fosse una mania e ancora ti chiedi che ci troveranno mai. Magari te lo chiedi, magari non ti frega ché pure metter via è un tirar di somme, lo si capisse mai.

Come tutte le sigarette che hai rullato, mandate giù come miele, ma pure meglio ché quello alla lunga, si sa.

Come tutti gli egoismi vestiti di sofismi, quelli che cantava Guccini di cui non frega più a nessuno, di Guccini eh ché per gli egoismi, per carità e magari neppure a te frega più ché è passato del tempo e tante cose t’hanno amareggiato, magari piano, magari no però il pugno lo stringi colpendo piano sui denti, possibilmente i tuoi, sempre i tuoi.

Come tutte le cazzate pensate, quelle da sviscerare ché facevan profondo che non vedo il fondo e come il giorno, o magari la notte, poco cambia, in cui ti fermi, rulli e pensi che pure un ci siamo visti suona bene se rivolto a te stesso, in nota con il resto; ti riprende la vita e così sia.

Lascia un commento

Archiviato in Tempistica

Risvegli # 4

Absent Without Leave – How The Winter Comes

Le mattine fatte di caffè e parole distanti; un telefono che suona o forse a chiamare sei tu. L’attraversare un appartamento semivuoto e aver dubbio improvviso che non sia accaduto davvero; come il tornare indietro nel tempo, come se il tempo ti venisse reso e ripensi all’estate dell’anno precedente e la paura o l’ansia son come spazzate vie dal freddo che entra dalla finestra e ti percorre in un brivido.

Guardi fuori la nebbia che si dirada piano e pensi troppo piano, chiudi la finestra e ti guardi intorno, la moka comincia a borbottare ed è la seconda da quando sei sveglio. Dovresti smetterla con tutto quel caffè, allentar la presa della veglia; rilassar l’anima insieme ai pensieri e andare avanti.

Ci son risvegli fatti del silenzio intorno e pensi che sia benedetto ché il contrario non è per te, non ce la puoi fare, c’è qualcosa che frena ma non è paura. E’ che pensi di poterci riuscire solo con chi ama il proprio silenzio almeno quanto tu ami il tuo e sorridi pensando a tua madre che t’ha chiesto ti sei trasformata in ombra quante volte quest’anno?

Una marea mamma, davvero una marea di volte e m’è costato fatica perché era uno scappare per non impazzire e non sempre m’è venuto bene e di uno scatto d’ira ho provato vergogna e ho pregato un dio libero di perdonarmi ché a perdonar me non son stata buona mai.

Ho guardato nel profondo e quel che ho visto non sempre m’è piaciuto; ho pensato in infinite notti passate sul divano che dormir per strada forse mi sarebbe piaciuto di più, almeno avrei avuto stelle sulla testa e non cuscini scomodi sotto la schiena; avrei avuto paura del buio più della noia provata per me; perché alle volte ci si annoia pure di se stessi e io alle volte mi metterei in un pacco per poi spedirmi lontano e mi chiedo come facciano quelli che si amano alla follia. Esseri strani, penso io, o magari solo fortunati ad essersi incontrati. A me son toccata io, toccherà farsene ragione.

Ci son risvegli fatti solo di te che ti svegli, null’altro, nessuna poesia e allora metti su il caffè, un vinile a girare ed ecco la poesia che sale piano e ti strappa un sorriso perché ci son risvegli fatti per ricordarti che il quotidiano vivere è poetico in una nota che scalda l’aria, un profumo che si diffonde in cucina e si mescola con quello dell’aria stessa e respiri il freddo che ricorda la vita che scorre, anche quella dolorosa; è nel libro che porti con te fino a cuscini buttati sul pavimento e pronti ad accoglierti come fosse proprio lì tutto il mondo che ti basta. E’ in una voce anche se distante che ti strappa un sorriso o nella voglia che hai di rilassarti un paio d’ore prima di metterti a lavorare perché ci sono cose, nel tuo lavoro, che ti rimettono in onda con il senso stesso delle cose e ti auguri, in un attimo, di non scordarlo mai.

Lascia un commento

Archiviato in Tempistica, vuoto a rendere